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La legge italiana

Processi ai clandestini:
belli e veloci ma assolutamente inutili

Reportage del Gazzettino dal tribunale. Un giorno di udienze tutte con lo stesso risultato: la condanna e subito la libertà

  
Clandestini fermati durante un controllo a Padova (archivio)
di di Giuseppe Pietrobelli
MESTRE (27 gennaio) - Il processo più bello, più garantista, ma inutile del mondo, va in scena in un'aula del Tribunale di Mestre nel corso di un'udienza identica a quella che viene celebrata centinaia di volte, nello stesso giorno, davanti a uno dei tanti magistrati 
che amministrano la giustizia in nome del Popolo Italiano nei confronti di un cittadino venuto da lontano e quasi sempre transitato per l'isola di Lampedusa.

 Il giudice lo fa nel pieno rispetto delle regole, segue alla lettera le procedure, ascolta l'imputato, dà la parola al Pm e all'avvocato, ma alla fine scrive sentenze che sembrano fatte con il ciclostile.
Le sentenze rispecchiano pienamente i dettami del Codice, ma non hanno alcun effetto pratico, se non quello di aver aggiunto carte a carte, di aver condannato e mandato libero un poverocristo in cerca di una terra nuova o un delinquente dedito allo spaccio di droga. 

E il giorno dopo, il processo-seriale è destinato a ripetersi, in un rito senza fine. Di fronte allo sgomento, frustrato e arrabbiato, degli operatori penitenziari e degli uomini delle forze dell'ordine, ormai abituati a veder scarcerare coloro che hanno fermato, e rassegnati di fronte alla prospettiva di ritrovarsi per le strade quelle stesse persone, di dover notificare sempre gli stessi ordini di allontanamento che non sortiscono effetto.

Di buon mattino il cellulare della Polizia Penitenziaria parcheggia davanti all'ingresso della sede mestrina del Tribunale di Venezia, in viale San Marco. Ne scende un nugolo di agenti vestiti di blu, che scortano tre maghrebini, un rumeno, e un venezuelano. Li fanno entrare in un'aula adibita alle udienze civili e lì restano in attesa che vada a cominciare la serie dei processi - convalide di fermi e direttissime - messe a ruolo dai cancellieri.

Siamo venuti fin qui seguendo le tracce di alcuni nordafricani bloccati tra venerdì e sabato dagli agenti del Commissariato di Polizia di Marghera e dai finanzieri dei Baschi Verdi. In tre sono finiti a Santa Maria Maggiore, un paio per non aver rispettato - entro i cinque giorni prescritti - l'ordine del questore di lasciare il territorio nazionale, il terzo per essere stato pizzicato mentre vendeva una dose di eroina a un italiano in uno dei giardinetti di Marghera. 

In apparenza sono storie minime di cronaca giudiziaria, in realtà svelano le troppe contraddizioni di un sistema perfettamente avvitato su se stesso.
Lasciamo perdere le disavventure del rumeno (furto sfociato in rapina) e del venezuelano (droga in quantità non modiche). Sono gli altri tre soggetti a interpretare una parte esemplare, come fumetti che si muovono sullo stesso identico sfondo, in una striscia che ha sempre lo stesso fine. 

Boudlaf Charfeddine è un ragazzone alto, dai capelli neri e crespi, la pelle olivastra, lo sguardo smarrito. Ha dichiarato di essere nato in Tunisia il 22 giugno 1985 e cammina con l'ondeggiamento dei carcerati in ceppi. Invece ha le gambe e le mani libere, come prescrive la legge, quando si siede di fronte al giudice Rocco Valeggia. Lo difende d'ufficio l'avvocato Fabrizio D'Avino, lo accusa un Pm onorario, l'avvocato Marta Bergamo.

La sua storia è scritta nelle carte custodite nel fascicolo. I poliziotti lo hanno fermato in piazza del Mercato a Marghera il 23 gennaio. Il Pm Emma Rizzato ha subito disposto la citazione in Tribunale per la convalida, ha notificato la comunicazione al carcere, al giudice unico, alla Polizia. Ha registrato la dichiarazione secondo cui Boudlaf è nato dal padre Idoudi e dalla madre Zimai. Dagli archivi si viene a sapere che il giovane è arrivato a Lampedusa il 25 dicembre (dice di essere partito dalla Libia), lo hanno preso una prima volta il 14 gennaio a Venezia dove il prefetto ha decretato l'espulsione e il questore ha emesso l'ordine. Siccome entro 5 giorni non è uscito dall'Italia, ecco che è finito in carcere non appena lo hanno ripreso.

Il giudice domanda, lui risponde tramite interprete. «Sposato?». «No». «Studi?». «Per sette anni». «Ha un lavoro?». «No». «Una fissa dimora?». «No». «È la prima volta che viene fermato?». «Sì». «Non sapeva di dover lasciare l'Italia entro 5 giorni?». «Ho problemi di soldi, li aspettavo per rientrare a casa». «Perchè non si è rivolto alle autorità tunisine?». «Non sapevo che potevo farlo...». Interrogatorio finito. Il giudice convalida il fermo. 

Poi, ecco il patteggiamento, secondo una formula ormai collaudata. La pena base è di un anno di reclusione. Il giudice toglie un terzo per le attenuanti generiche. Si passa a 8 mesi. Poi un altro terzo per il rito abbreviato. «In nome del popolo italiano la condanno a 5 mesi 10 giorni di reclusione con la sospensione condizionale. Nulla osta all'espulsione».

Boudlaf viene portato via. Dopo un'ora è libero. E lo stesso accade agli altri due (ma uno viene condannato a 8 mesi perchè aveva venduto una dose di eroina). Se dovessero riprenderlo, tornerà in carcere per poche ore e così di seguito, a meno che non trovino il modo per mandarlo in un Cpt e rimpatriarlo. Poliziotti e finanzieri scuotono la testa. Hanno cercato di fermare il crollo della diga con un dito. Il giudice ha fatto giustizia. Ma il risultato che il legislatore della Bossi-Fini si poneva è clamorosamente mancato. Il clandestino è stato fermato, ma è rimasto in Italia, ancora da clandestino. Basta mettere un piede a Lampedusa e il gioco è fatto. In nome della legge.

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